Visualizzazione post con etichetta Sgarbi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sgarbi. Mostra tutti i post

lunedì 4 gennaio 2010

De Magistris. il fallito di successo

di Vittorio Sgarbi

Da pm ha sempre perso: ma i continui stop a quei processi inventati gli hanno permesso di vestire i panni della "vittima dei potenti". E vincere così un posto a Bruxelles nell'Idv
Su cosa si misura il successo di un uomo? Su quello che ha fatto. Successo è una parola eufonica, che trasmette un’emozione positiva, che indica il buon risultato dell’azione di una persona determinata. Che ha successo, dunque. Ma è una parola strana, trattandosi di un participio passato sostantivato. Successo discende da succedere. Avere successo non vuol dire altro che è successo qualcosa. Successo, appunto, è quello che è successo. Avendo letto ieri mattina le dichiarazioni di Luigi De Magistris su Berlusconi, inique e preconcette, con l’irritazione mi è venuto immediatamente da pensare, come ogni volta che sento un moralista: da che pulpito parla questo? Cosa ha fatto De Magistris?
L’unica cosa che gli è riuscita è quella che contesta a Berlusconi: fare politica. Avendo ottenuto consenso non per quello che ha fatto ma per quello che non ha fatto, o che ha fatto male. Berlusconi ha raccolto consenso attraverso l’immagine. E De Magistris ha fatto lo stesso attraverso un procedimento più inquietante e pericoloso. Per spiegarlo devo risalire a un reato che non esiste, ma che mi fu configurato, negli anni in cui polemizzavo con Di Pietro e con i magistrati di Mani pulite, da un loro amico e collega, contiguo e indipendente: Italo Ghitti, celebre gip che, in numerose occasioni (credo non sempre), ratificava le richieste di arresto dei pubblici ministeri di Milano. Al culmine dell’azione del più facinoroso di loro, Di Pietro appunto, che si configurò nell’epico scontro con Craxi indicando le due polarità del buono e del cattivo sul modello di Davide e Golia o (nella mentalità più infantile del Di Pietro) di Ginko e Diabolik, Ghitti mi confidò: «Lei, pur nella sua esuberanza, talvolta dice cose condivisibili, ma rimprovera a Di Pietro e ai suoi comportamenti in astratto non emendabili, sulla base delle inchieste o delle dichiarazioni di collaboranti (magari indotti a parlare con la tattica degli arresti). Per essere più efficace dovrebbe rimproverare a Di Pietro il reato più evidente, anche se non formalmente contemplato dal codice: quello di “corruzione di immagine”.
Chiesi chiarimenti. Mi disse (erano i giorni in cui Di Pietro annunciava il suo abbandono della magistratura, misterioso per molti, ma chiarissimo in questa luce), che gran parte delle azioni spettacolari di Di Pietro erano finalizzate a ottenere, per contrasto con la presunta o acclarata disonestà dei potenti, consenso affermando la propria purezza, la propria differenza. Io mostro che Craxi è un ladro, e prendo il suo posto. Così è andata. E così sempre di più appare affermata la posizione politica di Di Pietro rispetto al Partito democratico, nelle stesse forme del Psi di Craxi rispetto alla Dc e anche (nella logica dei due forni, fortemente limitata oggi dal bipolarismo) al Pci. La diagnosi, e ancor più, la previsione di Ghitti, appaiono oggi impeccabili. Ma se l’accusa di ipotetico reato di «corruzione di immagine», e cioè di inchiesta fatta per mettere in cattiva luce l’antagonista e occuparne lo spazio politico, vale per Di Pietro, massimamente vale per le inchieste e la carriera di magistrato di Luigi De Magistris.
Non solo i gravi rilievi contestati dal Csm (e puntualmente confutati da De Magistris), ma l’analisi di tutte le indagini e di tutta l’attività inquirente (con grandi teorie di complotti, P2, massoneria et ultra) porta alla conclusione che nessuno dei perseguiti (per non dire perseguitati) da De Magistris è stato condannato. Archiviazioni, assoluzioni, non luogo a procedere: un’impressionante quantità di fallimenti dopo un grande rumore e spettacolari coinvolgimenti sostenuti dalla grancassa di una televisione asservita al mito dell’eroe solitario e ostacolato da poteri occulti. In realtà presunzioni, insensatezze, sparate accompagnate da un vittimismo televisivo e dal fuoco amico dei Travaglio e dei Santoro. Gli spari hanno procurato feriti, fortunatamente non morti (come è capitato con le inchieste di qualche altro magistrato), ma sono stati i clienti di De Magistris, Prodi, Mastella, Loiero, Cossiga, Sanza, Luongo, Bubbico, De Filippo sul versante prevalente della politica; mentre il collega Vanesio di De Magistris, Henry John Woodcock, si occupava del mondo dello spettacolo, indagando e arrestando illustri personaggi come Vittorio Emanuele di Savoia, Fabrizio Corona, Lele Mora, Flavia Vento, Francesco Totti, Elisabetta Gregoraci, Cristiano Malgioglio.
Insomma, star della politica e dello spettacolo, trasformando Catanzaro e Potenza in capitali dell’azione giudiziaria. Altro che Palermo e Milano. Potenza della noia. Desiderio di successo. Fallimento assoluto delle indagini. Il compito di un magistrato dovrebbe essere, nel desiderio dei cittadini onesti, l’individuazione dei colpevoli. L’obiettivo di De Magistris sembra essere stato quello di creare dei casi, di inventare dei colpevoli importanti e di fare la vittima. Ottenendo l’applauso dei cittadini che odiano i potenti, e godono nel vedere abbattuti i palazzi.
Sarebbe interessante di fronte alla mancanza di responsabilità diretta del magistrato per le sue indagini sbagliate, sentire l’opinione dei parenti delle vittime, per esempio della moglie del senatore Bubbico, che vorrebbe ottenere risarcimento dopo l’infondato sputtanamento. Ma De Magistris non paga. Quello che non può più fare con le inchieste fa con le parole. È un fallito. Ma un fallito di successo.

martedì 22 luglio 2008

Ma io sto dalla sua parte

di Vittorio Sgarbi

No. No. Ha ragione Bossi. La presa di distanza degli alleati, almeno sul piano formale, e l’indignazione degli avversari si basano sopra le prevedibili considerazioni sul rispetto dello Stato, altrimenti denominato patria (da padre), e dei suoi simboli. Naturalmente si capisce che la più forte irritazione, prima che degli avversari, è degli alleati, di Alleanza nazionale in particolare che, dal presidente della Camer aal ministro della Difesa, possono pienamente esprimere le loro funzioni istituzionali super partes. Così Fini può condannare affermazioni e critiche, e insulti, che «offendono quello che è il sentimento nazionale». Formule un po’ banali e di circostanza.
La sinistra è perfino più indulgente; e insiste con Veltroni e Di Pietro per reclamare la responsabilità del presidente del Consiglio che dovrebbe rispondere delleaffermazioni di Bossi, dimenticando che Veltroni non si sogna di rispondere degli insulti al capo dello Stato e al presidente del Consiglio e a vari ministri da parte degli amici di Di Pietro. E fin qui astrattamente, si tratta di prese di distanza ragionevoli. Ma proprio dagli schizzinosi del Popolo della libertà viene la giustificazione per Bossi. Ed al senatore Grillo (da non confondere conl’omonimo Beppe) ci viene il grido di dolore perché, diversamente dalla bandiera tricolore, l’inno di Mameli non è affatto l’inno nazionale. Viene utilizzato per prassi consolidata, ma non è indicato né nella Costituzione, né in una legge ordinaria. Da tempo il senatore cerca con un disegno di legge di trasformare una troppo fortunata poesia in inno ufficiale italiano.
Se l’Inno di Mameli non è l’inno ufficiale dello Stato, Bossi non ha fatto alcun gesto inadeguatoe indegno per un ministro della Repubblica, ma ha sempliceme nte ed eloquentemente manifestato il suo disappunto per una brutta poesia. Ha, dunque, espresso un condivisibilissimo pensiero critico. Se l’inno non fosse, per consuetudine, ripetuto e ricordato quotidianamente sarebbe stato dimenticato come tutte le poesie del suo rispettabile, ma non grande autore: Goffredo Mameli, patriota prima che poeta. Immaginiamo di sottoporre a un giovane lettore senza musica, anch’essa modesta (di Michele Novaro, ignoto quanto merita), il puro testo dell’inno. Alla terza riga, il primo ostacolo: «L’elmo di Scipio». Perché Scipio? E chi era? Scipione l’Africano (dico l’Africano, e a Bossi si rizzano i capelli, già ritti: dunque un extracomunitario!), il vincitore di Zama. E quanti sanno dov’è Zama? Non lo sappiamo ma - e io lo scopro adesso - probabilmente è a sud di Tunisi.
Di quell’elmo, di un romano in Africa, l’Italia, secondo Mameli, inspiegabilmente, «s’è cinta la testa». Concetto difficile, forma ingrata. L’elmo, infatti, come il cappello, si mette, non si cinge. D’improvviso arriva la domanda fatale: «Dov’è la vittoria?». Risposta: «Le porga la chioma, ché schiava di Roma Iddio la creò». Il giovane lettore scopre così che la vittoria, inopinatamente, ha una chioma e che dovrebbe porgerla all’Italia, nonsi sa perché. Forse metaforicamente in quanto la chioma è «sineddoche» (figura letteraria che indica la parte per il tutto) di vittoria. Non contento della sua immaginifica invenzione, Mameli ci suggerisce che Iddio la creò (la vittoria, non l’Italia) schiava di Roma. E qui anche un lettore attento, e ovviamente Bossi, lettore del Nord, si incazza e, silenziosamente, esibisce il dito medio senza parole. Non un grande insulto. Vuol dire (da ribelle: l’avrebbe fatto anche Mameli contro l’Austria): schiava chi? Che sia la vittoriao che sia l’Italia (del Nord soprattutto), schiava di nessuno, tantomeno di Roma.
La parola schiava, anche riferita alla vittoria (si diano pace Fini,Schifani e Casini) è inaccettabile. Per chiunque. Tanto più per Bossi, che vuole liberare il Nord, con la vittoria della Lega, dalla schiavitù di Roma. E quindi vede rosso (in tutti i sensi) e alza il dito. Che c’è di male? Dov’è l’insulto? Mameli poi non si trattiene. E qui nasce la questione di principio: è lecito, pur essendo italiani, aspirare al federalismo che, necessariamente,comporta di secedere per poi federare? E se senza insurrezioni di popolo e senza violenza, si persegue l’autonomia del Nord e la Costituzione della Padania con parole, comizi, anche proposte di legge, si compie un illecito? Se voglio cambiare la Costituzione come accadde per l’immunità parlamentare; se voglio introdurre il divorzio, come accadde rispetto al codice civile, dovrò pure prendere e dichiarare una posizione? Dovrò pure prendere le distanze, magari con un dito, dal testo della Carta da cui intendo dissociarmi per trasformarla?
Anche su questo Mameli non è fatto per la Lega. Nella seconda strofa esprime un concetto opposto (e conseguentemente mi sembra naturale che Bossi si dissoci, sia pure irritualmente): «Noi siamo da secoli/ calpesti, derisi/ perché non siam popolo,/ perché siam divisi./ Raccolgaci un’unica/ bandiera, una speme:/ di fonderci insieme/ già l’ora suonò». E il dito si alzò.

lunedì 5 novembre 2007

Ecco le 101 scoperte più importanti

di Vittorio Sgarbi
Il water non lo so (nell’antichità c’era qualcosa di simile per consentire di stare seduti comodamente, rispetto alla barbara posizione «alla turca»), ma il bidet manca nella lista delle 101 invenzioni di cui l’uomo non può fare a meno, indicate dall’Independent, dal fuoco fino all’iPod. Come sappiamo gli inglesi non fanno generalmente uso del bidet. Ma è una lacuna veniale tra le comodità irrinunciabili che in larga misura non sono brevettate e non hanno autori conosciuti. Sono espressione del genio degli anonimi. E sono di sorprendente utilità. Dall’arco alla biro, dal filo spinato alla bicicletta, dagli occhiali allo spazzolino da denti, dalla ruota alla siringa. Sono irrinunciabili. Ma certamente hanno cambiato il costume, oltre ogni aspettativa, invenzioni come la carta di credito, che ha trasferito il danaro in una dimensione immateriale, allontanandone la immanente sensualità, la forza di seduzione psicologica già trasferita dal metallo alla carta e poi agli assegni. Il danaro sta, così, sempre altrove, non serve più se non per pagare, clandestinamente, riscatti; e lascia traccia del suo spostamento da una tasca all’altra. Altrettanto rivoluzionaria, cambiando natura alle cose, è la trasmissione di messaggi attraverso un supporto non cartaceo, il cui residuo era ancora nei fax, con l’invenzione degli sms. Come si spende più danaro con le carte di credito che con le monete, così si scrive di più con lo scambio infinito di messaggi telefonici rispetto a quello epistolare. E poi ci sono invenzioni più remote di quanto non siamo usi pensare, come il profilattico, inventato nel 1640 (mentre per la pillola occorre aspettare il 1951). Può sembrare strano ma il reggiseno è stato inventato soltanto nel 1913, anche se forse in passato la sua funzione era «sostenuta» da stecche. Fra le altre innovazioni che cambiano i modi di vivere e il rapporto con il tempo c’è certamente l’aereo, che avvicina i luoghi più lontani, che consente di irrompere in mondi remoti e inevitabilmente incomunicanti, così come, in altro modo, il telefono, forse la più «umana» delle invenzioni. È evidente poi che una civiltà che non abbia il frigorifero si condanna a comportamenti primitivi, non potendo conservare gli alimenti e costringendo alla ricerca del cibo per la sopravvivenza giorno per giorno. Vi sono poi invenzioni sostitutive, ma non al punto da eliminare le analoghe precedenti: così il rasoio elettrico non ha soppiantato quello a lama e a lamette e l’aspirapolvere non ha eliminato la scopa. Più rivoluzionario, tanto da eliminare il contatto diretto con l’apparecchio, è il telecomando. Inessenziale, dal momento che si perde sempre, benché utile, è l’ombrello, ingegnosa invenzione più per salvare la pettinatura e gli abiti, che per riparare dalla pioggia. Il Novecento è certamente il secolo che si è più applicato in invenzioni di utilità quotidiana, dalla cerniera lampo del 1913 al pace maker al codice a barre per favorire i pagamenti, al tostapane, alla televisione, al computer fino a internet, serbatoio universale che sembra voler competere addirittura con le biblioteche accogliendo un sapere universale senza confini. La tastiera per trovare notizie e per trasmettere comunicazioni ha reso completamente inutile un’altra importante invenzione come la macchina per scrivere, che non consentiva di annullare l’errore ma solo di cancellarlo meccanicamente. È questo ciò che rende essenziale e inevitabile un’invenzione. Un passo avanti. In altri casi esso è impossibile: come per i guanti, le scarpe, la ruota. La conclusione era già chiara ai Futuristi: nessun artista vale quanto l’inventore dell’automobile.